La guerra e la sindrome della tana

di Colombo Giovanni

Mentre scrivo questo testo, a un mese dall’inizio dell’invasione russa, in Ucraina i fronti sembrano essersi in gran parte stabilizzati ed entrambi gli schieramenti paiono intenti a consolidare le loro linee. Quando lo leggerete, spero che sia intervenuta la tregua e che il negoziato sia già in fase avanzata e dischiuda un compromesso, per evitare lo scenario ipotizzato da alcuni analisti: che la guerra si trasformi in una guerriglia destinata a durare per decenni, come avvenuto in Afghanistan, con l’infinita litania di morti, feriti e distruzioni e con la soddisfazione dei produttori di armi.

Militarizzazione degli animi
Chissà cosa avrebbe detto e fatto in questo frangente Giuseppe Stoppiglia. Ci manca la possibilità di confrontarci con lui. Credo che avrebbe condiviso e rilanciato con tutta l’energia di cui era dotato le parole di papa Francesco: «La guerra è una pazzia! Fermatevi, per favore! Guardate questa crudeltà!» (Angelus, 6 marzo); «Non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro!» (Angelus, 13 marzo); «La guerra non può essere qualcosa di inevitabile: non dobbiamo abituarci alla guerra! Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia» (Angelus, 27 marzo).
Don Giuseppe avrebbe forse fatto anche una cosa per lui insolita: citare il Catechismo della Chiesa cattolica in faccia ai tanti, troppi cattolici che hanno smarrito la portata drammatica dell’opzione per la difesa in armi. Il Catechismo, infatti, al punto 2309, riconosce la legittima difesa con la forza militare, ma sottopone tale decisione a rigorose condizioni di legittimità morale. «Occorre contemporaneamente: – che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; – che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; – che ci siano fondate condizioni di successo; – che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di quest’ultima condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». In questa guerra dove sono le chance di successo per l’aggredito? E la potenza delle armi che vengono usate non è tale da far pagare un altissimo prezzo in vite umane, in distruzione di città, in migrazioni di massa? «Fiat iustitia, pereat mundus!», sia fatta giustizia e perisca pure il mondo era il motto di Ferdinando I d’Asburgo: parliamo del Trecento, da allora gli uomini di governo non dovrebbero avere cambiato prospettiva? Di fronte alla gravissima ingiustizia di un’aggressione armata è incontenibile, per ogni coscienza sana, lo scoppio dell’indignazione e la volontà di reagire. Non può però un governo assecondarli, anzi alimentarli con l’appello alle armi quando le condizioni sono totalmente avverse.
Mi permetto inoltre di pensare che don Giuseppe sarebbe assai preoccupato del clima complessivo di militarizzazione degli animi. Sui social, nelle trasmissioni televisive, nelle discussioni con amici e colleghi scatta un’emotività fuori controllo: un misto di rabbia, di malessere, di urgenza di schierarsi e di arrivare alle conclusioni, un’esigenza di definitività che non lascia spazio a nessun confronto. In attesa che finisca la guerra, non si può intanto disarmare gli animi, provare a spegnere l’aggressività? Forse siamo ancora in tempo a invertire la tendenza, seguendo le indicazioni educative che ci ha lasciato lo stesso don Giuseppe (ben descritte nel libro di Alessia Bonifazi, Educazione e profezia).
Io mi permetto di insistere sulla necessità di capire, in tutta la sua portata, la situazione critica in cui ci troviamo. Che parte da lontano, che ha come radice la profonda solitudine dell’uomo moderno. Egli immagina d’essere al sicuro soltanto dentro le mura domestiche, o addirittura dentro la propria anima, si sente libero soltanto quando è finalmente esonerato da ogni necessità di rendere conto di sé agli altri. La sicurezza cercata in questa maniera lo porta a vivere quasi in una tana e a percepire tutta la vita sociale come pericolo.

La solitudine dell’uomo moderno
La sindrome della tana è apparsa particolarmente evidente durante il Covid, a seguito dell’insistenza sul distanziamento fisico (che è stato, al di là dei nominalismi dell’OMS, un distanziamento sociale). La stessa sindrome viene ora ulteriormente aggravata dalla guerra: tutto ciò che sta al di fuori della tana appare pericoloso, e quindi non resta che difenderci, usando le parole come pietre e mettendo nel conto anche l’utilizzo delle armi.
Parla di questa sindrome un racconto di Kafka, espressamente intitolato La tana. Questo grandissimo e stupefacente scrittore ha capito l’umano molto meglio di politici e scienziati. «Ho assestato la tana e pare riuscita bene». Così inizia il racconto. Il protagonistatalpa si è costruito una dimora sotterranea, nella quale vivere in sicurezza, lontano dal mondo esterno. La costruzione ha richiesto di scavare cunicoli labirintici, di puntellarli con cura, di prevedere uscite di sicurezza e spazi per le provviste. Dalla tana egli si allontana soltanto per rifornirsi di cibo, quanto basta a una modesta sussistenza. L’ostinazione con la quale sfugge a ogni contatto con il mondo esterno produce l’effetto paradossale di rendere quel mondo sempre più pericoloso. Esso è soltanto immaginato, a partire da rumori provenienti da oltre le pareti; basta un lieve scricchiolio o un fischio per mettere in allarme. Là fuori tutto pare diventato ormai diverso, sconosciuto, gravido di minacce e ignoti pericoli.
La prolungata e attenta dedizione all’impresa di costruire la tana muta progressivamente, giorno dopo giorno, la qualità della tana stessa: da rifugio provvisorio per tempi di eccezione, qual era all’inizio, tende a diventare la dimora, spenta ma fidata, di una nuova normalità così poco normale. La voglia di uscire dalla tana e di riprendere la vita nel mondo, inizialmente assai vivace, a poco a poco scompare. E se anche la vita nella tana trascorre annoiata, apatica, quasi soffocata, pare preferibile alle incertezze della vita in un mondo estraneo. «Non devo proprio lamentarmi di essere solo e di non avere nessuno di cui fidarmi, così certamente non perdo alcun vantaggio e forse mi risparmio qualche danno. Fiducia posso avere soltanto in me e nella tana».
Non sta succedendo così anche per noi? Chiusi in casa dalla paura, chiediamo certezze immediate, addirittura le pretendiamo come chi rivendica un diritto. E invece a ogni nuovo notiziario i sospetti si infittiscono e l’aggressività aumenta.
Il racconto di Kafka non ha una vera conclusione. Il protagonista-talpa è ancora lì, sulla soglia della tana, in atteggiamento di difesa, in prolungato ascolto del pericolo. Il compito di rompere questa situazione spetta a tutti noi: è tempo di uscire all’aperto e ritrovare fiducia, nella lamina di sole che accende ogni mattina, nelle nostre capacità di bene e di pace.

Giovanni Colombo

lavora all’autorità di regolazione per energia reti e ambiente

già dirigente dell’Azione Cattolica ambrosiana, presidente nazionale della Rosa Bianca e consigliere comunale di Milano